Lo abbiamo sempre saputo che ogni storia ne poteva contenere infinite al suo interno. Il fascino delle Mille e una notte risiede in questa consapevolezza.
Me stesso, Riflessioni


LA FINE DELLA FINE
di Davide Ferrario, letto ad ottobre 2026
Scrivere le note senza avere il libro davanti può essere duro; un buon esercizio di memoria, ma duro. Non si possono citare i brani, bisogna andare a fondo di quello che è rimasto nella memoria.
Davide la prende larga, parte dal cinema, quindi dal Novecento: grandi narrazioni di massa, con tempi e luoghi definiti dove l'autore, o comunque il racconto parlava dall'inizio alla fine e il pubblico ascoltava, dall'inizio alla fine. Se esisteva una storia allora esisteva un arco narrativo, quindi un pubblico attento e concentrato.
Poi successe qualcosa: prima la televisione poi il telecomando; prima la radio poi il walkman. Si è passati dall'uscire di casa e entrare in un luogo per fare una esperienza (cinema, teatro, musica mostre d'arte: cabaret) al portarci le esperienze dentro casa.
Qui Davide riporta la corretta intuizione di Fellini: "Siamo noi ospiti a casa di quel signore che insieme al film sta mangiando la pastasciutta". Fellini, che scopro essere l'ideatore del copy "Non si interrompe un'emozione", claim della campagna referendaria (pubblicitaria?) per vietare le pause pubblicitarie all'interno di film. Referendum che vide la vittoria di chi pensava che fosse meglio interrompere, frammentare.
Non biasimo gli Italiani. Una volta abituati a TV, telecomando, VHS, DVD, streaming, in successione di comodità e ampiezza di catalogo, il problema non è più l'interruzione dell'emozione.
Oggi interrompiamo e riprendiamo senza nemmeno chiederci se questo abbia o non abbia senso. Detta così sembra una pericolosa deriva della modernità.
Il fatto, dice l'autore, che non esista più una unità di visione va a depotenziare il racconto film. Porta l'esempio della nipote che vede "2001, odissea nello spazio" e lo commenta con un "carino".
- "Com'è 2001, odissea nello spazio?"
- "Carino."
Lui da la colpa di questo alla visione frammentata. Io ci aggiungerei che quel film è di un'altra epoca, forse non parla ai giovani d'oggi come Kubrick parlava ai giovani di ieri. I giovani, o chiunque guardi quel film oggi, ha l'esperienza di centinaia di narrazioni di autori che hanno visto 2001, che lo hanno amato o odiato, che ne hanno recepito o rifiutato gli stilemi. Non ne faccio solo una questione di frammentarietà dell’esperienza; anche di normale invecchiamento della novità. Così come oggi non ci stupiamo di una chitarra distorta, ci stupiamo davanti ad una AI che prende coscienza. Più che alla fantascienza la ascriviamo alla cronaca.
Da questo però l'autore passa ad un problema che sento anche io: ovvero la fine della fine. Lui dice che la democratizzazione della visione e la fine di un palinsesto imposto dall'alto sembravano un'idea di libertà ma si sono tradotte in una schiavitù ancora peggiore.
Invece che in mano ai proprietari di cinema e di produttori, siamo nelle mani delle PIATTAFORME e dei loro pericolosissimi ALGORITMI. Le storie non devono più insegnarci cose ma devono intrattenerci, creare engagement sulle piattaforme, per esporci ancora e sempre ai messaggi pubblicitari. Il senso del "non finire" sarebbe quindi un modo per legare gli spettatori ad una profilazione che, vista così, è estremamente rudimentale: siccome guardi gli Avengers, ti propongo la saga degli Avengers con prequel, sequel, storie parallele, spin off di personaggi secondari ecc..
Per me è diverso.
Forse anche per lui, andando a memoria potrei aver travisato qualche passaggio
Non c'è una direzione delle piattaforme malvage, ma una naturale propensione umana che oggi viene amplificata dal digitale. Se pensiamo ai racconti mitologici , o anche solo alla commedia dell'arte e al teatro dei burattini, anche lì le storie erano infinite. Stessi personaggi stesse ambientazioni, stesse dinamiche raccontate molte volte, storie diverse. Quello che adesso sembra essere una novità: la continua ricerca di un cliffhanger che mi porta alla storia all'episodio seguente, era già presente nelle opere a puntate dei romanzi che uscivano sui quotidiani e sulle riviste. Pensiamo ai tre moschettieri, al conte di montecristo o anche Guerra e Pace ecc.
Cosa c'è di diverso oggi? Cosa ci fa, mi fa, polemizzare con le serie? Forse il problema non è strutturale ma numerico. L'autore ad un certo punto dice che "Uscivano 300 film all'anno", erano numeri umani affrontabili. Le commedie dell'arte recitavano a soggetto, ma gli spettatori vedevano qualche spettacolo all’anno. I miti erano ripetuti con piccole variazioni, erano rituali nel corso dei secoli. Vivevamo una voglia di sapere come va avanti, che faceva da contrappunto ad una vita con pochi stimoli narrativi
Il cinema irrompe con la sua durata, modellata sui tempi del teatro la musica meccanica si modella sui tempi del supporto e del concerto. Non c'è nulla di pre-industriale che renda naturale un approccio narrativo del tipo del viaggio dell’eroe. Il solo aspetto naturale di questo approccio è una sequenza, ripetibile all'infinito, di un eroe che ha un problema e lo risolve. Il supporto virtuale rende possibile la moltiplicazione dell'offerta. Come se nella piazza della città ci fossero, 24/7, dei commedianti che portano avanti all'infinito le storie di Arlecchino e Colombina.
Non è la mancanza della fine a spaventarci. Lo abbiamo sempre saputo che ogni storia ne poteva contenere infinite al suo interno. Il fascino delle Mille e una notte risiede in questa consapevolezza. Il terrore viene dall'essere soli in un mare di stimoli privi di senso di vedere, con occhi mortali, uno scorcio della "Biblioteca di Babele" restandone sgomenti.
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